LA VISIONE
La visione del Tantra Non Duale
Il supremo non dualismo: la Coscienza come unica Realtà
Molte prospettive filosofiche, comprese alcune appartenenti alla tradizione spirituale indiana, come lo Yoga classico, descrivono la realtà attraverso una distinzione fondamentale tra due principi: la coscienza, come soggetto che conosce, e la materia, come realtà esterna conosciuta.
In una prospettiva dualistica, l’essere umano appare quindi come un individuo separato che si trova davanti a un mondo indipendente da sé.
Il Tantra Non Duale dello Śivaismo del Kashmir propone una comprensione radicalmente differente.
Alla radice dell’esistenza non vi sono due realtà separate, ma un’unica Realtà consapevole: la Coscienza.
La Coscienza non è semplicemente una qualità posseduta dall’essere umano. È la Realtà originaria attraverso cui ogni esperienza appare, prende forma e viene conosciuta.
La materia non è qualcosa di diverso dalla Coscienza. Il mondo non è qualcosa di esterno alla Coscienza. Il soggetto che conosce, ciò che viene conosciuto e l’atto stesso della conoscenza sono manifestazioni della medesima Realtà.
Questa visione viene indicata come Parādvaita, il supremo non dualismo. Non significa negare la molteplicità dell’esistenza. Significa riconoscere che ogni differenza emerge all’interno dell’unità fondamentale della Coscienza.
Ed è questa stessa Coscienza che, manifestandosi nella forma individuale, può arrivare a percepirsi come separata dalla propria origine.
Il cammino di liberazione nasce all’interno di questo apparente paradosso: l’unica Coscienza può velare a se stessa la propria natura e può nuovamente riconoscersi.
Nell’esperienza
Immagina di guardare un albero.
Nell’esperienza ordinaria sembra evidente che esistano due realtà: “io”, che guardo, e l’albero, che si trova là fuori.
La prospettiva non duale mette in discussione questa separazione originaria.
Il soggetto che vede, l’albero percepito e l’atto stesso del vedere sorgono all’interno di un unico evento cosciente.
Il Tantra compie però un passo ulteriore: non sostiene soltanto che conosciamo il mondo attraverso la Coscienza.
Afferma che anche ciò che chiamiamo mondo è manifestazione della Coscienza stessa.
Śiva: la Coscienza assoluta, Prakāśa e Vimarśa
Nello Śivaismo del Kashmir, Śiva indica il principio trascendente della Realtà. Non una divinità separata dall’universo, ma la Coscienza assoluta, infinita e libera, natura ultima di tutto ciò che esiste.
Śiva è Cit-Ānanda: Coscienza infinita che sussiste nella propria pienezza assoluta e nella propria incondizionata beatitudine.
Cit indica la pura Coscienza.
Ānanda indica la sua pienezza originaria: una beatitudine che non dipende dal possesso di qualcosa, perché nulla esiste al di fuori della Coscienza che possa completarla.
La natura essenziale di Śiva è Prakāśa, la luminosità originaria della Coscienza.
Prakāśa è ciò grazie a cui ogni esperienza può apparire. Senza la luce della Coscienza nulla potrebbe essere conosciuto, perché nulla potrebbe essere né manifestarsi.
La Coscienza, tuttavia, non è una presenza passiva che illumina qualcosa di altro da sé. Attraverso il proprio potere luminoso manifesta — ābhāsa — le infinite forme.
Questa manifestazione è possibile grazie alla capacità della Coscienza di essere consapevole di se stessa, ciò che si definisce Vimarśa.
Prakāśa
La luminosità originaria della Coscienza: ciò grazie a cui ogni esperienza può apparire e manifestarsi.
Vimarśa
La Coscienza non soltanto è: sa di essere.
Vimarśa indica la capacità della Coscienza di riconoscere se stessa come origine della manifestazione e come portatrice della propria infinita potenza e Libertà creativa.
Prakāśa è la luminosità della Coscienza.
Vimarśa è la capacità della Coscienza di riconoscere se stessa e manifestare liberamente la propria potenza.
Questa stessa natura è presente nella coscienza individuale.
Ciò che cambia non è la sua essenza, ma il modo in cui la coscienza individuale riconosce se stessa.
Nell’esperienza
Un pensiero appare.
Una sensazione appare.
Un suono appare.
Qualunque esperienza possiamo conoscere è presente solo perché appare nella luce della nostra Coscienza.
Questo può aiutarci ad avvicinarci al significato di Prakāśa.
Ma possiamo riconoscere qualcosa di ancora più sottile: non siamo soltanto consapevoli di un pensiero, di una sensazione o di un suono. Possiamo diventare consapevoli del nostro stesso essere consapevoli.
Questa autocoscienza è Vimarśa.
Śakti: la potenza creativa della Coscienza
La dimensione dinamica e creativa della Coscienza viene indicata come Śakti.
Śakti non è una realtà separata da Śiva. È la stessa Coscienza nella capacità di esprimere liberamente ciò che è.
Se Śiva indica la Coscienza nella propria natura assoluta, Śakti indica il movimento attraverso cui quella stessa Coscienza manifesta e riconosce se stessa nelle infinite forme dell’esistenza.
La manifestazione non nasce da una mancanza.
La Coscienza non crea perché abbia bisogno di completarsi. È già Cit-Ānanda: Coscienza e pienezza assolute.
La creazione nasce dalla sua sovrabbondanza d’essere, dalla gioiosa Libertà attraverso cui la Coscienza esprime infinitamente se stessa.
Līlā — il gioco creativo della Coscienza
La manifestazione può essere compresa come Līlā, il gioco creativo della Coscienza: il libero movimento attraverso cui l’Uno assume infinite forme senza mai perdere la propria unità.
La Coscienza si manifesta liberamente nella molteplicità e riconosce se stessa attraverso di essa.
Le tre potenze
La potenza creativa della Coscienza si esprime attraverso tre grandi movimenti: Il Desiderio, la Conoscenza ideativa, l’Atto concreto di Manifestazione.
Icchā Śakti
Desiderio / volontà creativa
Il movimento originario attraverso cui la Coscienza desidera manifestare una possibilità creativa.
Jñāna Śakti
Conoscenza ideativa
La potenza attraverso cui la Coscienza conosce e dà forma intelligibile alla propria manifestazione.
Kriyā Śakti
Atto concreto di Manifestazione
La potenza attraverso cui ciò che è voluto e ideato prende forma nell’esperienza.
Queste potenze non appartengono soltanto alla dimensione cosmica. Sono presenti anche nella coscienza individuale come espressioni della stessa natura divina.
Quando la coscienza individuale non riconosce la propria autentica natura, queste stesse potenze vengono vissute in forma contratta: la volontà può diventare bisogno, la conoscenza appare frammentaria e l’azione viene vissuta come impotente di fronte a una realtà percepita come separata ed estranea.
Ciò che nella Coscienza assoluta è Libertà viene così sperimentato dall’individuo come limite.
Nell’esperienza
Immaginiamo un artista che senta sorgere spontaneamente il desiderio di creare.
Non necessariamente perché gli manchi qualcosa. Può esserci semplicemente una ricchezza interiore che cerca una forma attraverso cui esprimersi.
Sorge anzitutto l’impulso di creare: Icchā.
Quell’impulso acquista progressivamente una forma mentale: Jñāna.
Infine diventa gesto, parola, musica, immagine: Kriyā.
Questa analogia spiega l’essenza di Līlā: la creazione non deve necessariamente nascere dalla mancanza. Può nascere dalla pienezza che desidera liberamente esprimersi.
Il realismo spirituale: la manifestazione è reale
Proprio perché il mondo è manifestazione della Coscienza, il Tantra Non Duale non considera la manifestazione un’illusione o un errore da negare.
A differenza delle visioni dualistiche e di alcune visioni non dualistiche che tendono a svalutare il mondo fenomenico, nello Śivaismo del Kashmir la manifestazione non possiede un grado inferiore di realtà rispetto all’Assoluto: è Reale proprio perché è espressione dell’Unica Coscienza e non qualcosa di separato da essa.
Possiamo parlare, in questo senso, di realismo spirituale.
La molteplicità non si oppone all’Unità. Il corpo, la mente, le emozioni, la natura, le relazioni e l’intero universo sono modalità attraverso cui l’unica Realtà cosciente si manifesta.
La liberazione non consiste allora nel rinnegare e abbandonare un mondo illusorio.
Consiste nel riconoscere che la Coscienza è a fondamento di ogni evento e di tutta la manifestazione.
La coscienza individuale non deve quindi fuggire dalla propria forma. Deve riconoscerne la vera natura.
Il mondo non è un ostacolo alla liberazione. È il luogo stesso nel quale il riconoscimento può avvenire.
Le implicazioni di questa consapevolezza sono molto preziose e trasformano radicalmente la prassi di liberazione.
Nell’esperienza
Possiamo vivere la spiritualità pensando che il corpo, le emozioni, il desiderio, le relazioni o le difficoltà quotidiane siano ostacoli che ci separano da una condizione spirituale più elevata.
La prospettiva tantrica modifica radicalmente questa relazione.
Il corpo che respira, una sensazione, il piacere, una relazione, la paura o un momento difficile non sono realtà dalle quali dobbiamo fuggire, ma occasioni per riconoscere la Coscienza come nostra autentica natura e come fondamento di ogni esperienza, trasformando ciò che viviamo in una possibilità di liberazione.
Quando viviamo una difficoltà o incontriamo un limite nella nostra Vita, ciò che rende queste esperienze realmente problematiche è l’identificazione con un’identità separata: credere che quelle circostanze siano eventi estranei a noi, che semplicemente subiamo e dei quali non possiamo far altro che vivere le conseguenze.
Riconoscere la realtà come un unico campo di Coscienza significa riconoscere che nessun evento è separato dalla Coscienza che lo manifesta. Ogni difficoltà può allora essere compresa come una modalità contratta attraverso cui la coscienza individuale limita la manifestazione della propria Libertà e della propria esperienza.
Questo non significa che l’ego scelga sempre consapevolmente ciò che accade, ma che ciò che chiamiamo limite non appartiene a una realtà altra dalla Coscienza.
Si comprende così come ogni esperienza possa diventare una possibilità di riconoscere la Coscienza a fondamento della realtà e di liberarci dall’idea di essere un’identità separata che soffre perché si percepisce impotente e sottoposta a una realtà estranea a se stessa.
Māyā: il velo della separazione
Se tutto è Coscienza, perché la coscienza individuale vive separazione, paura, mancanza e impotenza?
Il Tantra Non Duale descrive questa condizione attraverso il principio di Māyā.
Māyā non significa che il mondo non esista.
Indica il potere attraverso cui la Coscienza, mentre manifesta la molteplicità, può velare il riconoscimento della propria unità originaria.
La stessa Coscienza che attraverso Śakti manifesta liberamente infinite forme può apparire, nella prospettiva individuale, come una coscienza limitata che non riconosce più la propria origine.
Māyā non produce una separazione reale dalla Coscienza. Produce l’esperienza della separazione.
La tradizione descrive questo processo attraverso i principi di Tirodhāna, l’occultamento, e Saṅkoca, la contrazione.
Tirodhāna
L’occultamento
La Coscienza vela a se stessa il riconoscimento della propria natura infinita. La sua luminosità non scompare, ma non viene più riconosciuta nella sua pienezza.
Saṅkoca
La contrazione
La Coscienza assume la prospettiva limitata dell’individuo e può riconoscersi come una forma separata, fragile e privata delle proprie potenze originarie.
L’individuo può così dimenticare di essere manifestazione della Coscienza e assumere come assoluta la propria identità limitata.
Può percepirsi come un individuo isolato, come un essere fragile collocato in un mondo esterno e indipendente e come una forma limitata separata dalle proprie potenze originarie.
Da questa contrazione nasce una duplice sofferenza.
La prima nasce dalla separazione. Se il mondo viene percepito come radicalmente altro da noi, allora qualcosa di esterno può minacciarci, privarci di ciò di cui abbiamo bisogno, abbandonarci o distruggere la nostra felicità. Nascono così paura, difesa, attaccamento e bisogno di controllo.
La seconda nasce dalla perdita del riconoscimento della Libertà. La coscienza individuale, dimenticando la propria origine, si percepisce incapace di manifestare la propria esperienza secondo le esigenze più profonde di pace, beatitudine, creatività e Amore.
Eppure la natura divina non viene mai realmente perduta.
La luminosità originaria rimane presente. La Libertà non viene distrutta. Le potenze della Coscienza non scompaiono.
È il loro riconoscimento a essere oscurato.
Nell’esperienza
Una persona può riconoscere se stessa attraverso una convinzione molto profonda:
“Il mio valore dipende dall’approvazione degli altri.”
A partire da questo riconoscimento di sé, il mondo assume una determinata forma nell’esperienza.
Qui la prospettiva del Tantra Non Duale è radicale. Non significa semplicemente che questa persona reagirà in un certo modo alle circostanze che incontra: significa che la stessa coscienza individuale manifesterà un campo di esperienza coerente con il modo in cui sta riconoscendo se stessa, comprese le circostanze entro le quali quelle reazioni potranno prendere forma.
Potrà così manifestare situazioni nelle quali il giudizio dell’altro diventa una minaccia e il rifiuto sembra confermare la possibilità di non avere valore. All’interno di questo stesso campo di esperienza potrà cercare di compiacere gli altri, evitare il confronto o costruire la propria Vita intorno alla paura di non essere accettata.
Il problema non è semplicemente avere un “pensiero negativo”.
Più profondamente, la coscienza individuale si sta riconoscendo come separata, incompleta e dipendente da qualcosa di esterno per poter essere pienamente ciò che è, e sta manifestando l’esperienza coerente con questo riconoscimento contratto di sé.
Questa è una forma concreta della contrazione.
Pratyabhijñā: il riconoscimento della propria natura
Il cuore della via tantrica è Pratyabhijñā, il riconoscimento della propria autentica natura.
La liberazione non consiste nel diventare qualcosa di diverso né nel fuggire da una manifestazione considerata erronea o illusoria.
Consiste nel riconoscere ciò che è sempre stato presente.
La coscienza individuale riconosce di non essere una realtà autonoma e separata dalla Coscienza assoluta. La separazione perde così il proprio carattere assoluto.
L’oscuramento si dissolve.
La Coscienza riconosce nuovamente la propria luminosità originaria.Ogni autentica trasformazione nasce dal riconoscimento di ciò che sei.
Pratyabhijñā non annulla l’individualità. Libera l’individuo dall’identificazione esclusiva con la propria forma limitata.
Il corpo, la mente, le emozioni, la storia e la personalità rimangono, ma vengono riconosciuti come modalità particolari attraverso cui la Coscienza si manifesta.
Non diventiamo divini. Riconosciamo la natura divina che non abbiamo mai cessato di essere.
Attraverso questo riconoscimento si dissolve progressivamente la sofferenza fondata sull’idea di una separazione assoluta e si dissolve anche la percezione fondamentale dell’impotenza.
La persona riconosce di essere espressione della stessa potenza creativa della Coscienza.
Il riconoscimento non sottrae quindi la persona alla Vita. Le restituisce la possibilità di viverla a partire da un’identità radicalmente diversa.
Nell’esperienza
Torniamo alla persona che pensa:
“Il mio valore dipende dall’approvazione degli altri.”
Il riconoscimento non consiste semplicemente nel sostituire questo pensiero con:
“Valgo indipendentemente da quello che pensano gli altri.”
Questa nuova idea può essere utile, ma potrebbe rimanere ancora una costruzione mentale.
La domanda diventa più radicale:
Chi sto riconoscendo di essere attraverso questo pensiero?
Se credo che il mio valore debba essere ricevuto dall’esterno, sto implicitamente riconoscendo me stesso come un essere incompleto, separato e privo di qualcosa.
Pratyabhijñā sposta l’indagine dal contenuto del pensiero alla natura di colui che pensa.
La persona può allora riconoscere:
“Questa paura appartiene alla forma attraverso cui sto vivendo. Ma la mia natura non si esaurisce in questa forma.”
La paura, il bisogno di approvazione e l’identità che da essi prende forma non devono essere negati. Possono essere riconosciuti come espressioni di una modalità contratta attraverso cui la coscienza individuale sta facendo esperienza di se stessa.
Il riconoscimento consiste allora nel cessare di assumere quella forma limitata come definizione assoluta di ciò che siamo.
Non viene costruito un nuovo sé. Viene progressivamente riconosciuto ciò che era già presente.
Svātantrya: riconoscere la Libertà originaria
La Libertà, Svātantrya, appartiene alla natura stessa della Coscienza.
La Coscienza è libera perché è autocosciente: attraverso Vimarśa riconosce se stessa e la propria potenza.
Nella condizione assoluta questa Libertà si esprime come capacità infinita di manifestare possibilità. Nella condizione contratta, invece, la coscienza individuale può sentirsi definita dalla identità che ha assunto, dal passato, dagli altri, dalle circostanze, dalle proprie paure.
Pratyabhijñā trasforma questa condizione.
La Libertà non viene concessa dall’esterno. Viene riconosciuta come natura originaria.
La Libertà non si conquista. Si riconosce.
Svātantrya non indica la libertà dell’ego di ottenere qualsiasi cosa desideri. Significa smettere di identificare la Libertà con la volontà separata dell’individuo e riconoscere nella propria coscienza le 6 potenze della Coscienza divina:
Cit — la natura consapevole
Ānanda — la pienezza e beatitudine originarie
Svātantrya — la libertà incondizionata
Icchā — la potenza della volontà creativa
Jñāna — la potenza della conoscenza e dell’ideazione
Kriyā — la potenza dell’azione e della manifestazione
Ciò che nella contrazione appariva come impotenza può allora essere riconosciuto nuovamente come partecipazione alla potenza creativa della Coscienza.
Il cammino spirituale non aggiunge quindi nuovi poteri all’essere umano. Accompagna a riconoscere quelli che appartengono già alla sua natura più profonda.
Nell’esperienza
Finché una persona si riconosce come qualcuno il cui valore dipende dall’approvazione altrui, molte delle sue possibilità sembrano già determinate.
Può compiacere, nascondersi, difendersi, controllare o evitare di esprimere ciò che sente per paura del rifiuto.
Non perché sia realmente priva di Libertà, ma perché sta vivendo e manifestando la propria esperienza a partire da un’identità contratta che assume come assoluta.
Quando quell’identificazione perde il proprio carattere assoluto, compare una possibilità nuova.
La persona può ascoltare, scegliere, parlare e agire senza essere costretta a riconfermare continuamente la stessa identità.
La Libertà non significa che tutto ciò che desideriamo debba necessariamente accadere.
Significa riconoscere che la nostra natura più profonda non è definitivamente imprigionata nella forma attraverso cui fino a questo momento abbiamo riconosciuto noi stessi.
Cambiando il luogo da cui la coscienza individuale riconosce se stessa, possono emergere possibilità differenti di percezione, relazione, scelta e manifestazione.
In questo senso:
La Libertà è la possibilità della Coscienza di riconoscersi in modi differenti e di manifestare possibilità differenti.
La persona non vive più la realtà soltanto come qualcosa di altro da sé da controllare, conquistare o temere.
Non ha più bisogno di utilizzare l’altro per colmare una mancanza o per confermare continuamente la propria identità.
Può partecipare consapevolmente alla manifestazione, permettendo alle potenze riconosciute della Coscienza di esprimersi attraverso la propria forma individuale.
La pienezza originaria, Ānanda, può allora prendere forma nella Vita come pace, bellezza, gioiosa creatività, relazione autentica e armonia.
L’Amore è la libera volontà della Coscienza di permettere a se stessi e agli altri di manifestare pienamente la propria autentica natura.
La Libertà non conduce all’isolamento. Conduce alla partecipazione piena alla Vita.
La Libertà trova il suo compimento nell’Amore.
Nell’esperienza
Torniamo ancora alla relazione.
Finché ho bisogno che l’altro confermi il mio valore, quello che chiamo “Amore” può contenere anche paura, dipendenza, possesso e controllo.
Ho bisogno che l’altro rimanga.
Che mi approvi.
Che corrisponda alle mie aspettative.
Che continui a confermare l’identità attraverso cui riconosco me stesso.
Quando la mia pienezza non viene più ricercata interamente nell’altro, la relazione può assumere una qualità differente.
Posso desiderare che l’altro manifesti pienamente ciò che è senza vivere necessariamente la sua Libertà come una minaccia alla mia.
Posso ascoltare senza possedere.
Posso essere vicino senza annullarmi.
Posso porre un limite senza trasformare l’altro in un nemico.
Posso condividere senza pretendere.
L’Amore non nasce allora dalla necessità di colmare una mancanza.
Diventa espressione della Libertà.
Dalla visione alla trasformazione
La visione del Tantra Non Duale non rimane una comprensione filosofica.
Diventa una possibilità concreta e radicale di trasformazione.
Il movimento cosmico della Coscienza e il cammino umano della liberazione possono essere letti come due prospettive dello stesso processo.
La Coscienza manifesta liberamente se stessa.
Nella forma individuale può contrarsi fino a dimenticare la propria natura.
Attraverso il riconoscimento dissolve progressivamente l’oscuramento.
Riconosce nuovamente la propria luminosità, la propria pienezza e la propria Libertà.
Ciò che viene riconosciuto può allora incarnarsi nella Vita come volontà, conoscenza, azione creativa e Amore.
Dalla visione alla Vita
Una persona vive una relazione credendo profondamente:
“Ho bisogno che questa persona mi ami per essere completo.”
Nella separazione, l’altro appare come colui che possiede qualcosa che manca.
Nascono paura della perdita, attaccamento e bisogno di controllo.
La persona può trascorrere molto tempo tentando di modificare il comportamento dell’altro o le circostanze esterne.
Il cammino di riconoscimento conduce invece progressivamente verso la radice:
Chi sto riconoscendo di essere per poter vivere questa esperienza in questo modo?
La persona comincia a vedere l’identità di mancanza attraverso cui sta vivendo.
Riconosce che quella identità è una forma della propria esperienza, ma non la totalità della propria natura.
La separazione perde il proprio carattere assoluto.
Con il riconoscimento della propria natura torna a emergere la Libertà.
La relazione non deve necessariamente scomparire. Cambia il modo in cui viene vissuta.
L’altro può cessare di essere colui che deve colmare una mancanza e diventare una forma della stessa Vita con la quale entrare in relazione liberamente.
La Libertà può allora manifestarsi come Amore.
La trasformazione più profonda non consiste nel costruire una nuova identità.
Consiste nel passaggio dalla coscienza individuale che si percepisce separata, incompleta e impotente alla coscienza individuale che riconosce se stessa come espressione della Coscienza divina e impara a vivere a partire da questa consapevolezza.
Da questa comprensione e dai suoi sviluppi applicati alla trasformazione nasce il Metodo Samārasa®:
una pedagogia della Libertà che accompagna la persona dal riconoscimento della propria autentica natura alla sua piena incarnazione nella Vita.
