Manifesto Samārasa®
Una pedagogia della Libertà fondata sul riconoscimento
Non cerchiamo di diventare ciò che non siamo.
Cerchiamo di riconoscere ciò che non abbiamo mai cessato di essere.
L’Istituto Samārasa nasce dalla visione del Tantra Non Duale e dalla convinzione che la trasformazione più profonda non consista nella costruzione di un’identità migliore, ma nel riconoscimento della nostra autentica natura, che è onnipresente e non si esaurisce in alcuna identità limitata.
Samārasa assume pienamente la radicalità spirituale, metafisica e ontologica della visione non duale del Tantra e ne sviluppa coerentemente le implicazioni nella comprensione della Coscienza, dell’esperienza, della trasformazione e della Vita.
Non consideriamo quindi il Tantra soltanto come una filosofia da studiare o un insieme di pratiche da applicare.
Lo assumiamo come una visione capace di interrogare radicalmente ciò che crediamo di essere, il modo in cui comprendiamo la realtà e il significato stesso della liberazione.
Questo Manifesto raccoglie i principi che orientano la nostra ricerca, la pratica, la trasformazione e la trasmissione.
1. La Coscienza è l’unica Realtà
Non esistono due realtà separate: da una parte la Coscienza e dall’altra un mondo indipendente da essa.
Esiste un’unica Realtà: la Coscienza.
Il corpo, il pensiero, le emozioni, le percezioni, il soggetto che conosce e gli oggetti conosciuti non appartengono a sostanze differenti.
Sono forme attraverso cui l’unica Coscienza manifesta e conosce se stessa.
La molteplicità dell’esperienza non interrompe quindi l’Unità.
Ciò che appare come “interiore” e ciò che appare come “esteriore”, ciò che chiamiamo “io” e ciò che chiamiamo “mondo”, sorgono all’interno dello stesso campo indivisibile della Coscienza.
Questo non significa che la coscienza individuale, intesa come ego o volontà personale, crei arbitrariamente ogni cosa.
Significa che la coscienza individuale non è una seconda realtà separata dalla Coscienza Assoluta: è la stessa Coscienza nella modalità particolare e contratta attraverso cui sta vivendo e manifestando una determinata esperienza.
La spiritualità non consiste quindi nel fuggire dalla realtà per raggiungere la Coscienza.
Non esiste alcun luogo fuori dalla Coscienza nel quale potremmo trovarci.
Consiste nel riconoscere la natura della realtà che stiamo già vivendo.
La Coscienza non è una parte dell’esperienza.
È la Realtà stessa di ogni esperienza.
2. La manifestazione è reale
Se la Coscienza è l’unica Realtà, ciò che essa manifesta non può essere considerato qualcosa di estraneo, inferiore o separato dalla sua natura.
Il mondo non è un errore della Coscienza.
È una manifestazione della Coscienza.
Il corpo, la materia, le emozioni, il desiderio, le relazioni, la natura e l’intero universo non costituiscono una realtà di grado inferiore rispetto all’Assoluto.
Sono forme attraverso cui l’unica Coscienza si manifesta nella molteplicità.
Per questo il Tantra Non Duale non identifica la liberazione con la fuga dal mondo, la negazione del corpo o il rifiuto dell’esperienza.
La manifestazione non deve essere superata per raggiungere una realtà più autentica nascosta altrove.
La Realtà assoluta è presente nella manifestazione stessa, perché nulla può esistere fuori dalla Coscienza.
Ciò che produce separazione e frustrazione non è quindi l’esistenza del mondo, del corpo o dell’individualità.
È il modo contratto attraverso cui la coscienza individuale riconosce se stessa e vive la manifestazione come qualcosa di separato dalla propria natura e dalla propria unione imprescindibile con la Coscienza Assoluta, con Dio.
La liberazione consiste allora nel riconoscere l’Unità senza negare la molteplicità.
Nel riconoscere la Coscienza nel corpo.
La Coscienza nelle emozioni.
La Coscienza nelle relazioni.
La Coscienza nella Vita.
Il mondo non è un ostacolo alla liberazione.
È il luogo stesso nel quale il riconoscimento può avvenire.
3. Ogni autentica trasformazione nasce dal riconoscimento
Se la nostra natura più profonda non è mai realmente separata dalla Coscienza Assoluta, la trasformazione non consiste nel diventare qualcosa che ancora non siamo.
Consiste nel riconoscere ciò che siamo.
La coscienza individuale può contrarsi, dimenticare la propria origine e identificarsi con una forma limitata di sé.
Può riconoscersi come fragile, incompleta, impotente, separata, dipendente dal mondo e dagli altri per la propria sicurezza, il proprio valore o la propria felicità.
Queste identificazioni non modificano però la sua natura più profonda.
Ne oscurano il riconoscimento.
Per questo il Metodo Samārasa® non considera sufficiente modificare soltanto pensieri, emozioni o comportamenti.
Questi possono certamente trasformarsi, ma la trasformazione più profonda avviene quando raggiungiamo il luogo identitario dal quale essi emergono.
La domanda fondamentale non è quindi soltanto:
«Che cosa sto pensando?»
o:
«Che cosa sto provando?»
ma:
«Chi sto riconoscendo di essere attraverso questa esperienza?»
Il riconoscimento non è una semplice comprensione intellettuale.
È il movimento attraverso cui la coscienza individuale riconosce progressivamente la propria non separazione dalla Coscienza divina e recupera la consapevolezza della propria natura libera e creativa.
Da questo cambiamento ontologico possono trasformarsi il modo in cui percepiamo, desideriamo, scegliamo, agiamo, entriamo in relazione e manifestiamo la nostra esperienza.
Non trasformiamo soltanto ciò che appare nell’esperienza.
Trasformiamo il luogo da cui l’esperienza prende forma.
Per questo, in Samārasa, il riconoscimento non rappresenta semplicemente un momento del cammino.
È il principio stesso della trasformazione.
4. La coscienza individuale partecipa alla manifestazione della propria esperienza
La prospettiva non duale modifica radicalmente il rapporto tra individuo e realtà.
Se la Coscienza è l’unica Realtà, non esiste, in ultima analisi, un soggetto completamente separato che si trovi davanti a un mondo indipendente capace di determinarlo dall’esterno.
La coscienza individuale partecipa alla manifestazione dell’intero campo della propria esperienza.
Il modo in cui riconosciamo noi stessi non determina soltanto ciò che pensiamo o il significato che attribuiamo agli eventi.
Determina la forma attraverso cui la realtà viene manifestata e vissuta nella nostra esperienza.
Quando la coscienza individuale si riconosce come fragile, incompleta, impotente o separata, manifesta pensieri, emozioni, desideri e comportamenti coerenti con quella contrazione.
Ma manifesta anche un campo di relazioni, circostanze ed esperienze nel quale quella stessa forma di sé può apparire, essere vissuta e riconfermata.
Ciò che chiamiamo “evento” e ciò che chiamiamo “reazione all’evento” appartengono allo stesso processo di manifestazione della Coscienza.
Questo non significa che l’ego scelga consapevolmente tutto ciò che accade.
La volontà personale non coincide con la totalità della coscienza individuale e non possiede un potere arbitrario sulla realtà.
Significa piuttosto riconoscere che, dalla prospettiva radicalmente non duale del Tantra Non Duale, fatta propria da Samārasa, non esiste un “fuori” ontologicamente separato dalla Coscienza che possa costituire la causa ultima della nostra esperienza.
Da questa comprensione nasce una forma differente di responsabilità.
Non la colpa per ciò che accade.
Non l’illusione dell’onnipotenza consapevole dell’ego.
Ma la disponibilità a domandare:
«Quale forma di me e della realtà sta manifestando la Coscienza attraverso questa esperienza?»
e soprattutto:
«Come sto continuando, nel presente, a riconoscermi in modo tale da manifestare questa forma dell’esperienza?»
La responsabilità diventa così recupero della propria potenza creativa.
Non siamo vittime di una realtà separata dalla Coscienza.
Siamo partecipanti al suo processo di manifestazione.
5. La responsabilità non è colpa
Riconoscere la propria partecipazione alla manifestazione dell’esperienza significa assumere una forma radicale di responsabilità.
Responsabilità non significa colpa.
La colpa guarda ciò che è accaduto e lo utilizza per costruire una nuova condanna dell’identità:
«Se ho partecipato a questa esperienza, allora sono colpevole di averla prodotta.»
Ma questa conclusione nasce ancora dalla separazione.
Fissa l’identità della coscienza individuale in ciò che è accaduto, caricandola del peso del giudizio e oscurando il riconoscimento della sua autentica natura, che non è mai separata dalla Coscienza Assoluta.
Questa natura rimane libera da ogni identificazione e, proprio per questo, non può essere definitivamente determinata da ciò che è accaduto.
La responsabilità invece opera in modo opposto.
Non domanda chi debba essere accusato.
Domanda che cosa possa essere riconosciuto ora.
La colpa tende a fissarci nella contrazione, perché continua a definirci attraverso ciò che è stato.
La responsabilità restituisce al presente la possibilità della trasformazione.
Significa riconoscere che nessuna esperienza, nessuna identità e nessuna forma assunta dalla coscienza individuale possiedono il potere di definire definitivamente ciò che siamo.
Possiamo vedere ciò che abbiamo manifestato senza condannarci.
Possiamo riconoscere una contrazione senza trasformarla in identità.
Possiamo assumere pienamente la nostra partecipazione creativa senza attribuire all’ego un controllo assoluto sulla Vita.
La responsabilità diventa allora disponibilità a non continuare necessariamente a riconoscerci e a manifestarci nello stesso modo.
La colpa dice: “Sono ciò che ho fatto o ciò che mi è accaduto.”
La responsabilità domanda: “Che cosa posso riconoscere e manifestare adesso?”
Per questo la responsabilità non limita la Libertà.
È il movimento attraverso cui torniamo a riconoscerla.
6. La Libertà è la natura originaria della Coscienza
Nel Tantra Non Duale, la Libertà non è qualcosa che la Coscienza deve conquistare.
La Libertà appartiene alla sua natura originaria.
La tradizione indica questa potenza con il termine Svātantrya: la Libertà assoluta della Coscienza di manifestarsi, conoscersi ed esprimersi attraverso infinite forme senza essere definitivamente limitata da nessuna di esse.
La coscienza individuale partecipa di questa stessa Libertà.
Può tuttavia contrarsi e identificarsi con una particolare forma di sé fino a dimenticare la propria natura.
Può riconoscersi attraverso la paura, la mancanza, la propria storia, il corpo, un ruolo, una relazione o una determinata immagine di sé e arrivare a percepire queste forme come limiti assoluti della propria esistenza.
La contrazione non distrugge la Libertà.
Ne oscura il riconoscimento.
Per questo, nel Metodo Samārasa®, la Libertà non coincide semplicemente con la possibilità dell’ego di ottenere ciò che desidera, controllare ciò che accade o scegliere arbitrariamente tra possibilità differenti.
Questa sarebbe ancora una Libertà pensata dal punto di vista dell’individuo separato.
La Libertà più profonda consiste nel riconoscere che nessuna forma attraverso cui la Coscienza si sta manifestando possiede il potere di esaurire o determinare definitivamente ciò che siamo.
Una paura può emergere senza dover diventare il principio delle nostre scelte.
Un pensiero può apparire senza diventare la nostra identità.
Una storia può essere riconosciuta senza trasformarsi in destino.
Una situazione può assumere una determinata forma senza obbligarci a continuare a manifestare noi stessi nello stesso modo.
La Libertà non consiste nell’avere un controllo assoluto sulla manifestazione.
Consiste nel non essere ontologicamente prigionieri di nessuna delle forme attraverso cui la manifestazione prende forma.
Riconoscere la Libertà significa allora recuperare la possibilità creativa della coscienza individuale: la possibilità di non continuare necessariamente a manifestare l’esperienza a partire dalla medesima contrazione.
Non significa diventare onnipotenti.
Significa riconoscere che la nostra autentica natura non è mai stata realmente imprigionata.
La Libertà non si conquista.
Si riconosce.
7. Il corpo è una via
Se tutto è manifestazione della Coscienza, anche il corpo lo è.
Il corpo non è una realtà inferiore rispetto allo spirito, né un ostacolo che debba essere superato per raggiungere una dimensione più autenticamente spirituale.
La Coscienza non è separata dal corpo.
Il corpo è una delle forme attraverso cui la Coscienza manifesta se stessa.
Per questo non utilizziamo il corpo per combatterlo.
Non pratichiamo per diventare degni della nostra natura divina, né per costruire attraverso lo sforzo qualcosa che ancora non siamo.
Il corpo può invece diventare un luogo privilegiato di ascolto e riconoscimento.
Nel modo in cui respiriamo, ci muoviamo, incontriamo il limite, utilizziamo la forza, accogliamo una sensazione o reagiamo a ciò che sentiamo, diventano visibili molte delle forme attraverso cui la coscienza individuale si contrae o manifesta la propria Libertà.
Il corpo rende concreta la nostra visione di noi stessi.
Possiamo abitarlo attraverso il controllo, il giudizio, la paura e la costrizione.
Oppure possiamo progressivamente riconoscerlo come espressione vivente della stessa Coscienza che cerchiamo.
Attraverso movimento, posa, respiro, energia, sensibilità, attenzione e meditazione, la pratica può allora trasformarsi da esercizio compiuto sul corpo a esperienza di riconoscimento attraverso il corpo.
Non cerchiamo di abbandonare la forma individuale per incontrare la Coscienza.
Impariamo a riconoscere la Coscienza nella forma individuale.
Il corpo diventa così non soltanto uno strumento della pratica, ma uno dei luoghi nei quali il riconoscimento può incarnarsi concretamente nella Vita.
La consapevolezza diventa respiro.
La Libertà diventa movimento.
L’ascolto diventa relazione con il limite.
La non separazione diventa esperienza incarnata.
Il corpo non ci separa dalla Coscienza.
È una delle forme viventi attraverso cui la Coscienza può riconoscere se stessa.
Il corpo diventa una via.
8. Il mezzo deve già manifestare la qualità del fine
Nel Metodo Samārasa®, il modo attraverso cui percorriamo la via non può essere separato da ciò che desideriamo riconoscere.
Il mezzo deve già manifestare la qualità del fine.
Non possiamo utilizzare la coercizione per raggiungere la Libertà.
Non possiamo fondare la trasformazione sul rifiuto di noi stessi e pretendere che il suo compimento sia l’Amore.
Non possiamo cercare la pace trasformando il corpo, la mente o la Vita in un luogo di conflitto permanente.
Non possiamo educare al riconoscimento attraverso una pratica puramente meccanica.
Se il fine è la Libertà, il cammino deve contenere Libertà.
Se il fine è la consapevolezza, il cammino deve educare alla presenza e all’ascolto.
Se il fine è l’Amore, il cammino non può essere fondato sulla violenza, sul giudizio o sulla negazione di ciò che siamo.
Questo non significa rinunciare alla disciplina, all’impegno, alla precisione o alla trasformazione.
Significa interrogare continuamente la qualità della coscienza dalla quale pratichiamo, studiamo, insegniamo e agiamo.
Una disciplina può nascere dalla paura o dalla Libertà.
Lo stesso gesto può essere compiuto per combattere ciò che siamo oppure per permettere alla nostra natura di manifestarsi più pienamente.
Lo stesso insegnamento può creare dipendenza oppure favorire autonomia.
La stessa pratica può rafforzare la percezione di essere incompleti oppure diventare un luogo di riconoscimento.
Per questo, in Samārasa, la trasformazione non viene rinviata interamente a un risultato futuro.
Ogni autentico atto di ascolto è già una forma di consapevolezza.
Ogni gesto che non nasce dalla costrizione può già incarnare una possibilità di Libertà.
Ogni relazione nella quale l’altro non viene ridotto a ciò che dovrebbe essere può già diventare una manifestazione dell’Amore.
Il fine non è quindi qualcosa che compare soltanto al termine del cammino.
Comincia a rendersi presente nella qualità stessa attraverso cui il cammino viene percorso.
La via non conduce semplicemente alla Libertà.
Deve imparare a manifestarla.
9. Insegnare significa accompagnare, non creare dipendenza
Se la Libertà appartiene alla natura originaria della Coscienza, nessun insegnante può possederla al posto dell’allievo.
La Libertà non può essere consegnata dall’esterno.
Può essere riconosciuta.
L’insegnante può trasmettere una visione, proporre una pratica, offrire conoscenze e strumenti, formulare domande, condividere la propria esperienza e creare uno spazio nel quale il riconoscimento possa diventare possibile.
Ma non può sostituirsi alla coscienza dell’altro.
Per questo, nella pedagogia Samārasa®, l’autorità dell’insegnante non dovrebbe mai diventare dipendenza.
Il suo compito non è costruire persone che abbiano continuamente bisogno di essere guidate, approvate o confermate.
È favorire progressivamente autonomia, discernimento e responsabilità.
Lo studio deve sviluppare comprensione.
La pratica deve sviluppare sensibilità.
Il dialogo deve aprire domande.
L’esperienza deve diventare luogo di verifica.
L’accompagnamento deve rendere sempre più possibile una relazione diretta con la propria Libertà.
Questo non significa negare il valore dell’insegnante, della tradizione o della trasmissione.
Significa comprenderne più profondamente la funzione.
Un insegnante può indicare una possibilità che l’allievo ancora non riesce a vedere.
Può incarnare una diversa possibilità esistenziale.
Può aiutare a riconoscere le contrazioni attraverso cui l’allievo continua a identificarsi.
Può custodire una direzione quando quella direzione non è ancora chiara.
Ma non può vivere il riconoscimento al posto dell’altro.
Per questo insegnare non significa dire a qualcuno ciò che deve diventare.
Significa creare le condizioni affinché possa riconoscere e manifestare sempre più pienamente ciò che è.
Il vero insegnamento non sostituisce la Libertà dell’altro.
La chiama al riconoscimento.
Accompagnare significa allora essere presenti senza appropriarsi del cammino dell’altro.
Non creare dipendenza, ma rendere progressivamente possibile la Libertà.
10. Custodire una tradizione non significa renderla immobile
Il Tantra Non Duale dello Śivaismo del Kashmir costituisce la radice filosofica e spirituale dell’Istituto Samārasa.
Custodire questa tradizione significa anzitutto studiarne le fonti, rispettarne il contesto, comprenderne il linguaggio e riconoscerne i principi fondamentali.
Ma significa anche mantenere una distinzione chiara tra livelli differenti.
Ciò che appartiene alla Tradizione.
Ciò che deriva dalle interpretazioni contemporanee.
Ciò che rappresenta un’elaborazione pedagogica e trasformativa propria del Metodo Samārasa®.
Questa distinzione è essenziale.
Permette di innovare senza attribuire retroattivamente alla tradizione ciò che nasce nel presente.
E permette, allo stesso tempo, di rimanere fedeli alla tradizione senza trasformarla in un sistema immobile da riprodurre meccanicamente.
Fedeltà non significa imitazione.
Non vogliamo utilizzare il Tantra come un repertorio libero di simboli, tecniche o concetti da combinare secondo necessità.
Ma non vogliamo neppure ridurre la custodia della tradizione alla ripetizione di forme appartenenti a un contesto storico e culturale differente dal nostro.
Una tradizione rimane viva quando i suoi principi possono continuare a essere compresi, interrogati, praticati e verificati nell’esperienza.
Per questo la domanda che ci accompagna non è soltanto:
«Che cosa afferma la tradizione?»
ma anche:
«Che cosa implica realmente questa visione, se la assumiamo fino in fondo?»
e:
«Come può diventare esperienza per una persona che vive oggi?»
Il Metodo Samārasa® nasce precisamente in questo spazio.
Non pretende di sostituirsi alla Tradizione.
Nasce come elaborazione contemporanea che cerca di tradurne alcuni principi fondamentali in una pedagogia della trasformazione capace di incontrare concretamente la Vita presente.
Per questo custodire significa anche continuare a interrogare.
Studiare senza irrigidire.
Tradurre senza impoverire.
Innovare senza confondere l’innovazione con la fonte.
Custodire una tradizione.
Tradurla per il presente.
Trasmetterla attraverso una pedagogia della Libertà.
11. La conoscenza deve diventare esperienza
Nel Tantra Non Duale, conoscere non significa soltanto possedere concetti corretti.
Una filosofia può essere compresa, discussa e perfino insegnata senza che abbia ancora trasformato il modo in cui viviamo.
La conoscenza diventa realmente trasformativa quando diventa riconoscimento.
Possiamo affermare che tutto è Coscienza e continuare a vivere come se fossimo individui separati.
Possiamo parlare di Libertà e continuare a scegliere a partire dalla paura.
Possiamo comprendere intellettualmente la non dualità e continuare a incontrare il corpo, gli altri e la Vita come realtà estranee alla nostra natura.
Per questo, in Samārasa, lo studio non è separato dalla pratica.
La conoscenza illumina l’esperienza.
L’esperienza verifica la conoscenza.
La pratica permette alla comprensione di diventare progressivamente incarnata.
Ciò che comprendiamo deve poter essere riconosciuto nel corpo, nelle emozioni, nelle relazioni, nelle scelte e nel modo in cui incontriamo la Vita.
La conoscenza non viene quindi abbandonata in favore dell’esperienza.
Al contrario, viene portata fino alle sue conseguenze.
Una comprensione autentica modifica il luogo dal quale osserviamo.
Modificando il luogo dal quale osserviamo, modifica il modo in cui riconosciamo noi stessi.
E quando cambia il riconoscimento, può cambiare anche la forma dell’esperienza.
Per questo il sapere non rappresenta il compimento del cammino.
È una soglia, è un mezzo.
La filosofia diventa visione.
La visione diventa riconoscimento.
Il riconoscimento diventa pratica.
La pratica diventa incarnazione.
Una conoscenza che non entra nella Vita rimane incompleta.
La finalità dello studio non è sapere qualcosa sulla Coscienza.
È riconoscere la Coscienza nella propria esperienza.
12. La Vita è il luogo della pratica
Se ogni esperienza è manifestazione della Coscienza, nessun ambito della Vita è estraneo alla pratica.
La meditazione, lo studio, il lavoro sul corpo e le pratiche spirituali possiedono un valore fondamentale.
Ma non costituiscono uno spazio separato dall’esistenza.
La Vita stessa è il luogo nel quale il riconoscimento viene messo alla prova, approfondito e incarnato.
Una relazione può mostrarci una contrazione con una chiarezza che nessuna riflessione astratta potrebbe offrirci.
Un conflitto può rendere visibile il luogo identitario dal quale stiamo reagendo.
Una paura può rivelare ciò che continuiamo a credere di essere.
Un desiderio può mostrarci dove percepiamo ancora una mancanza.
Un limite può diventare il luogo nel quale incontriamo il bisogno di controllo.
Una scelta può rivelare se stiamo agendo dalla paura o dalla Libertà.
Per questo, in Samārasa, la Vita è contemporaneamente campo di ricerca e campo di incarnazione.
È il luogo nel quale la contrazione diventa visibile.
Ed è il luogo nel quale una diversa possibilità può essere manifestata.
La pratica formale ci permette di affinare l’attenzione, approfondire il riconoscimento e rendere più evidente ciò che normalmente rimane inosservato.
Ma ciò che viene riconosciuto nella pratica deve poter attraversare il modo in cui lavoriamo, amiamo, scegliamo, comunichiamo, affrontiamo la difficoltà e incontriamo gli altri.
La trasformazione non si misura soltanto da ciò che sperimentiamo durante la pratica, ma dalla qualità della coscienza attraverso cui viviamo.
Per questo non esiste una separazione definitiva tra pratica e Vita.
Portiamo la Vita nella pratica affinché possa essere riconosciuta.
E riportiamo il riconoscimento nella Vita affinché possa essere incarnato.
Dalla Vita alla pratica, attraverso il riconoscimento.
Dalla pratica alla Vita, attraverso l’incarnazione.
Quando questa distinzione comincia a dissolversi, ogni esperienza può diventare una possibilità di consapevolezza.
Ogni relazione può diventare un luogo di riconoscimento.
Ogni scelta può diventare una manifestazione della Libertà.
La Vita non interrompe la pratica.
La Vita diventa la pratica.
13. La Libertà trova il suo compimento nell’Amore
Quando la coscienza individuale non è più governata dalla visione di separazione dell’ego, dalla paura, dalla mancanza e dalla necessità di controllo e, al contempo, riconosce la propria unione incondizionata con la Coscienza Assoluta, si manifesta spontaneamente come Amore.
L’Amore non è allora soltanto un sentimento né riguarda unicamente la relazione con gli altri.
È l’essenza della coscienza liberata che si manifesta in ogni dimensione della Vita: nel modo in cui pensiamo, parliamo, desideriamo, conosciamo, agiamo, creiamo, incontriamo il corpo, il mondo e gli altri.
L’Amore scaturisce spontaneamente dalla pace e dalla pienezza di una coscienza consapevole della propria unione con la Coscienza Assoluta e della propria Libertà creativa.
Proprio perché nasce dalla Libertà, l’Amore non possiede una forma prestabilita.
Assume forme differenti secondo la libera espressione della coscienza che lo incarna e secondo il contesto nel quale essa si manifesta.
Può essere parola o silenzio, azione o attesa, accoglienza o fermezza, vicinanza o distanza, lavoro o riposo. Può manifestarsi come cura, espressione artistica, insegnamento, creazione e condivisione.
Non è la forma esteriore a definirlo, ma l’essenza che spontaneamente ne ispira la manifestazione: pace e pienezza, gioiosa creatività che si offre incondizionatamente al mondo come libera espressione della sovrabbondanza d’essere della Coscienza.
In questo senso, l’Amore può essere compreso come la piena incarnazione nella Vita delle potenze della Coscienza: Svātantrya, Cit, Ānanda, Icchā, Jñāna e Kriyā.
E proprio perché è libero, l’Amore, quando si offre intenzionalmente come insegnamento e accompagnamento alla Libertà altrui, non cerca mai di imporla.
In questo contesto l’Amore diventa prima di tutto esempio, capace di mostrare all’altro una nuova possibilità di Vita; quindi si manifesta come invito gentile al riconoscimento, creando uno spazio nel quale anche l’altro possa liberarsi dai propri condizionamenti, riconoscere la propria Libertà e manifestarla.
La Libertà pienamente incarnata si manifesta spontaneamente come Amore.
In tal senso, l’offerta dell’Istituto Samārasa si configura essa stessa come un atto d’Amore: una libera e spontanea espressione che, attraverso la forma pedagogica dell’insegnamento, si offre a tutti coloro che desiderano riscoprire la Libertà della propria autentica natura.
Samārasa
Samārasa richiama il riconoscimento di un’unica essenza attraverso la molteplicità delle forme.
Non uniformità.
Non cancellazione delle differenze.
Non riduzione della molteplicità a qualcosa che dovrebbe scomparire.
Ma la possibilità di riconoscere, dentro e attraverso ogni differenza, l’unica Coscienza che manifesta se stessa.
È questa la direzione dell’Istituto Samārasa.
Riconoscere l’Unità.
Incarnare la Libertà.
Vivere l’Amore.
