Metodo Samārasa®

METODO SAMĀRASA®

Il Metodo Samārasa®

Una pedagogia della Libertà

Il Metodo Samārasa® nasce dalla visione del Tantra Non Duale e dalla sua applicazione alla trasformazione concreta dell’esperienza umana.

Lo Śivaismo del Kashmir riconosce nella Coscienza la Realtà originaria di tutto ciò che esiste. La coscienza individuale non è quindi una realtà separata dalla Coscienza assoluta, ma una sua manifestazione che può arrivare a dimenticare la propria origine e a riconoscersi come limitata, incompleta, separata dal mondo.

Da questa comprensione metafisica il Metodo Samārasa® sviluppa una specifica pedagogia della trasformazione.

Se la nostra natura più profonda è già la stessa Coscienza libera e creativa che manifesta la realtà, il problema fondamentale non consiste nella mancanza di qualcosa che dobbiamo acquisire.

Consiste nel modo limitato attraverso cui abbiamo imparato a riconoscere noi stessi.

La coscienza individuale può identificarsi con il corpo, la propria storia, le paure, le convinzioni, i ruoli, le ferite e le immagini costruite nel tempo, fino a percepirsi come un essere separato, incompleto e condizionato da una realtà esterna.

Questa identificazione non modifica la nostra natura più profonda. Ne oscura il riconoscimento.

Dalla separazione al riconoscimento.
Dal riconoscimento alla Libertà.
Dalla Libertà all’Amore

Non si tratta di costruire una nuova identità spirituale. Si tratta di riconoscere ciò che siamo e permettere a questo riconoscimento di trasformare il modo in cui percepiamo, desideriamo, scegliamo, agiamo, amiamo e manifestiamo l’intera esperienza.

Ogni autentica trasformazione nasce dal riconoscimento di ciò che sei.

Dall’identità alla trasformazione

Il Metodo Samārasa® parte da un principio radicale:

il modo in cui la Coscienza riconosce se stessa determina il modo in cui l’esperienza prende forma.

Questo principio non significa semplicemente che ciascuno interpreti soggettivamente una realtà esterna già esistente e indipendente dalla Coscienza.

La prospettiva è più profonda.

Se non esiste una realtà separata dalla Coscienza, allora il modo in cui la coscienza individuale riconosce se stessa, a partire dal proprio senso di identità, determina la manifestazione dell’intero campo della propria esperienza.

Ciò che chiamiamo “evento” e ciò che chiamiamo “reazione all’evento” non appartengono, in ultima analisi, a due realtà separate.

Sono manifestazioni dello stesso processo cosciente.

Quando la coscienza individuale si riconosce in una identità fragile, incompleta, minacciata o priva di Libertà, non manifesta soltanto pensieri ed emozioni coerenti con quell’identità.

Manifesta anche un campo di realtà — fatto di relazioni, esperienze e circostanze — attraverso cui quella stessa limitazione può essere vissuta e riconfermata.

Questo non significa che l’ego scelga consapevolmente ogni evento.

La volontà personale rappresenta soltanto una parte della coscienza individuale e non coincide con la totalità dei processi attraverso cui la Coscienza manifesta l’esperienza.

Significa piuttosto che, in una prospettiva radicalmente non duale, non esiste in ultima analisi un “fuori” indipendente dalla Coscienza che possa determinarla come una causa separata.

La trasformazione non consiste quindi soltanto nel reagire diversamente a ciò che accade.

Consiste nel raggiungere la radice: il modo in cui la Coscienza riconosce se stessa.

Una via ontologica: raggiungere la radice

Se mi riconosco come qualcuno il cui valore dipende dall’approvazione degli altri, manifesterò un campo relazionale nel quale il giudizio e la ricerca di approvazione tenderanno ad assumere un ruolo centrale, e il giudizio verrà vissuto come una minaccia.

Se mi riconosco come incompleto, manifesterò esperienze attraverso cui quella stessa incompletezza potrà essere vissuta e riconfermata: una relazione, ad esempio, potrà diventare il luogo dal quale pretendo di ricevere ciò che credo mi manchi.

Se mi riconosco come impotente, la realtà prenderà forma come qualcosa che sembra possedere il potere di determinare la mia condizione.

Per questo Samārasa® non domanda soltanto:

“Che cosa sto pensando?”

oppure:

“Che cosa sto provando?”

La domanda più profonda diventa:

«Chi sto riconoscendo di essere attraverso questa esperienza?»

La trasformazione così non si limita ai processi di pensiero e comportamento, ma raggiunge il nucleo più profondo dell’Essere: l’identità e la visione da cui pensieri, emozioni, azioni e realtà vissuta prendono forma.

È qui che il Metodo Samārasa® rappresenta una vera rivoluzione rispetto ai principali approcci alla trasformazione umana: non cerca soltanto di modificare ciò che pensiamo, proviamo o facciamo, ma porta l’indagine alla radice da cui questi processi emergono.

La rivoluzione consiste nel passare dalla trasformazione dei contenuti dell’esperienza alla trasformazione del luogo identitario da cui l’esperienza stessa prende forma.

In questo senso, il Metodo Samārasa® può essere definito una via ontologica di trasformazione: un metodo che indaga e trasforma profondamente il modo in cui la persona riconosce se stessa e, a partire da questo riconoscimento, manifesta la propria esperienza.

Icchā, Jñāna e Kriyā: il movimento della trasformazione

Il Metodo Samārasa® riconosce nel processo trasformativo tre grandi movimenti ispirati alle potenze creative della Coscienza descritte dalla tradizione tantrica: Icchā, Jñāna e Kriyā.

Non sono semplicemente tre fasi cronologiche, ma tre movimenti continuamente presenti in ogni autentica trasformazione:

desiderare la verità;
comprenderla;
incarnarla.

Icchā — Il desiderio di verità

Ogni trasformazione autentica comincia da un movimento interiore.

Può emergere come desiderio di comprendere, inquietudine, sofferenza, crisi, nostalgia o come la percezione che il modo in cui stiamo vivendo non esprima pienamente ciò che potremmo essere.

Nel Metodo Samārasa®, questo movimento non viene considerato un disagio da eliminare.

È la chiamata.

La coscienza individuale, pur vivendo ancora nella separazione, sembra intuire che la propria condizione presente non esaurisca tutte le possibilità della Vita.

In questa chiamata sono già presenti, in forma germinale, due qualità decisive:

l’Amore, come movimento verso una pienezza ancora non pienamente riconosciuta;

la Fede, come fiducia originaria che la Vita possa essere diversa da come la stiamo vivendo.

Jñāna — La comprensione che trasforma la visione

Il desiderio apre la ricerca.
La conoscenza permette di vedere.

Jñāna non indica soltanto l’acquisizione di informazioni, ma una comprensione capace di trasformare il modo in cui riconosciamo noi stessi e la realtà.

Attraverso lo studio, la contemplazione, il dialogo, la pratica e l’osservazione dell’esperienza “interiore” ed “esteriore”, la persona impara a riconoscere gli schemi attraverso cui continua a confermare una determinata forma di sé.

Questi schemi non determinano soltanto il modo in cui interpretiamo ciò che accade. Esprimono il modo in cui la coscienza individuale riconosce se stessa e, attraverso questo riconoscimento, partecipa alla manifestazione della propria esperienza.

Il Metodo non cerca quindi semplicemente di sostituire un pensiero “negativo” con un pensiero “positivo”.

Cerca di raggiungere il centro di identità da cui quel pensiero emerge.

Di fronte al pensiero:

“Non sono abbastanza.”

non ci limitiamo ad affermare:

“Sono abbastanza.”

La domanda diventa:

«Chi sto riconoscendo di essere attraverso questo pensiero?»

Il pensiero non viene considerato soltanto un commento soggettivo su una realtà già data. Esprime il modo attraverso cui la coscienza individuale sta riconoscendo se stessa e, attraverso quel riconoscimento, determina la manifestazione della propria esperienza.

La conoscenza diventa trasformativa quando raggiunge questo livello.

Kriyā — La Libertà che prende forma nella Vita

Una comprensione che non modifica il nostro modo di vivere rimane incompleta.

Kriyā è il movimento attraverso cui ciò che abbiamo riconosciuto prende forma nel corpo, nelle scelte, nelle azioni, nelle relazioni e nella capacità creativa.

La Libertà non rimane una comprensione astratta.

Diventa una parola pronunciata diversamente.
Un limite che prima non riuscivamo a porre.
Una scelta non più determinata dalla stessa paura.
Una relazione nella quale non abbiamo più bisogno di esercitare lo stesso controllo.
Una possibilità creativa che prima non riuscivamo nemmeno a riconoscere.


Una possibilità differente della realtà che può finalmente manifestarsi nella nostra esperienza.
Il riconoscimento diventa incarnazione.

Desiderare la verità.
Comprenderla.
Incarnarla.

Śraddhā — La Fede come qualità del cammino

In ogni autentico percorso di trasformazione, la Fede (Śraddhā) assume un ruolo essenziale.

Prima ancora di conoscere ciò che stiamo cercando, deve esistere in noi una fiducia originaria: l’intuizione che la nostra condizione presente non esaurisca ciò che siamo e che la Vita possa essere diversa da come la stiamo vivendo.

Nel Metodo Samārasa®, la Fede non è l’adesione a una credenza, né semplicemente l’affidamento a un’entità esterna.

È una qualità della coscienza individuale che mantiene aperta la possibilità della trasformazione anche quando non siamo ancora in grado di riconoscere pienamente la nostra autentica natura.

All’inizio, la Fede è ciò che ci permette di cercare quando ancora non conosciamo la risposta.

Durante il cammino diventa la fiducia necessaria per guardare con sincerità ciò che stiamo manifestando, riconoscerne la radice e aprirci a una possibilità differente.

Quando incontriamo le nostre paure, la Fede ci permette di non fuggire.
Quando riconosciamo le nostre identificazioni, ci permette di non considerarle definitivamente ciò che siamo.
Quando incontriamo il limite, mantiene aperta la possibilità della Libertà.

Con il progressivo riconoscimento della propria natura divina, la Fede cambia ancora qualità e matura come Resa alla pura Intelligenza creativa della Coscienza divina.

Questa Resa non è passività e non significa rinunciare alla propria Libertà. Significa cessare di identificare la Libertà con la necessità dell’ego di controllare la realtà, riconoscendo una potenza creativa più profonda della volontà personale.

La Fede accompagna così l’intero movimento dalla separazione al riconoscimento, sostiene l’emergere della Libertà e permette infine alla Libertà di aprirsi pienamente all’Amore.

La Spirale Samārasa®

La trasformazione non procede secondo una linea retta. Gli stessi temi possono tornare: una paura che pensavamo di aver compreso può riemergere, una relazione può mostrarci una contrazione che non avevamo ancora riconosciuto, una nuova Libertà può aprire una domanda più profonda.

Per questo il Metodo Samārasa® descrive il processo attraverso l’immagine della Spirale.

La Spirale non rappresenta una successione rigida di fasi, ma un movimento vivo attraverso cui la coscienza individuale, inizialmente identificata con la separazione, viene progressivamente ricondotta al riconoscimento della propria natura.

La Fede attraversa l’intero processo.
L’Amore appare all’inizio come chiamata e progressivamente come compimento.

Separazione e frustrazione → Chiamata → Consapevolezza → Riconoscimento → Responsabilità → Libertà → Resa → Amore → nuova espansione della Vita

Separazione e frustrazione

La coscienza individuale si riconosce come un essere separato, limitato e incompleto. Il mondo appare come una realtà esterna dalla quale sembrano dipendere sicurezza, valore e felicità.

Gli altri possono diventare coloro dai quali dobbiamo ricevere Amore, riconoscimento o conferma. Le circostanze sembrano possedere il potere di determinare ciò che possiamo essere.

Nascono paura, attaccamento, dipendenza, difesa e bisogno di controllo. Nasce la frustrazione.

La frustrazione emerge quando la realtà che stiamo manifestando non corrisponde alla pienezza, alla Libertà e all’Amore che, anche senza riconoscerli ancora pienamente, appartengono alla nostra natura più profonda.

Ma proprio all’interno della separazione e della frustrazione può emergere qualcosa che non si accontenta.

La chiamata

La frustrazione stessa può diventare una domanda. Può emergere come desiderio, inquietudine, nostalgia, bisogno di autenticità o intuizione che esista un’altra possibilità di vivere.

La chiamata contiene già, in forma germinale, Amore e Fede: Amore, come tensione della Coscienza verso il riconoscimento della propria pienezza; Fede, come fiducia che la condizione presente non rappresenti l’unico modo possibile di essere.

La persona non conosce ancora necessariamente ciò che sta cercando. Ma il fatto stesso che cerchi significa che la separazione non ha cancellato completamente l’intuizione della propria natura.

Consapevolezza

La chiamata conduce all’osservazione. La persona comincia a vedere come sta effettivamente vivendo: quali pensieri ritornano, quali paure orientano le scelte, quali identità vengono continuamente confermate, quali comportamenti tendono a ripetersi e quale realtà continua a prendere forma intorno a quelle stesse identificazioni.

Il Metodo richiede qui una forma di radicale onestà. Non per giudicare ciò che emerge, ma per poterlo vedere.

Che cosa sto manifestando?
Come sto partecipando alla manifestazione di questa esperienza?

Riconoscimento

L’osservazione conduce progressivamente più in profondità. Non soltanto: “Ho paura di essere rifiutato.” Ma: «Chi devo riconoscere di essere affinché il rifiuto possa determinare il mio valore?»

Non soltanto: “Ho bisogno di controllare.” Ma: «Chi sto riconoscendo di essere quando credo che la mia sicurezza dipenda dal controllo di ciò che accade?»

L’indagine raggiunge così il livello dell’identità. Qui emerge Pratyabhijñā: il riconoscimento della propria autentica natura.

Il corpo, la storia, le emozioni e la personalità non vengono negati. Vengono riconosciuti come manifestazioni della Coscienza, non come la totalità di ciò che siamo.

Non diventiamo divini.
Riconosciamo la natura divina che non abbiamo mai cessato di essere.

Responsabilità

Dal riconoscimento nasce una comprensione radicale della responsabilità.

La responsabilità non è colpa.

Non significa affermare che l’ego scelga consapevolmente ogni evento. Significa riconoscere la propria partecipazione creativa alla manifestazione dell’esperienza.

Se la Coscienza è l’unica Realtà, la coscienza individuale non può essere considerata come un soggetto ontologicamente separato che viene semplicemente determinato da un mondo esterno indipendente da sé.

La domanda allora non è più soltanto: “Perché mi è accaduto?” Diventa anche: «Quale forma di me e della realtà sta manifestando la Coscienza attraverso questa esperienza?»

E soprattutto: «Come continuo nel presente a riconoscermi in modo tale da manifestare questa forma dell’esperienza?»

La responsabilità restituisce alla coscienza individuale il riconoscimento della propria Libertà e della propria potenza creativa.

Libertà

Quando l’identificazione perde il proprio carattere assoluto, emerge una possibilità nuova.

La Libertà non si conquista. Si riconosce.

Nel Tantra Non Duale, Svātantrya indica la Libertà originaria della Coscienza. Nel percorso individuale, riconoscerla significa scoprire di non essere definitivamente obbligati a riprodurre la stessa forma di sé e della propria esperienza.

La paura può essere presente senza dover determinare necessariamente l’azione. Un pensiero può emergere senza essere assunto come identità. Il passato può essere riconosciuto senza diventare destino.

La Libertà significa riconoscere la possibilità di non manifestare più l’esperienza a partire dalla medesima forma di sé.

Svātantrya non è l’onnipotenza dell’ego. È la potenza originaria della Coscienza di non essere definitivamente vincolata a una sola forma di manifestazione.

Resa

Con il riconoscimento della Libertà, la Fede che ha accompagnato l’intero cammino può maturare come Resa.

All’inizio la Fede diceva: “La Vita può essere diversa da come la sto vivendo.”

Ora può diventare: “Non devo controllare interamente la Vita, perché la mia natura non è separata dalla Coscienza che la manifesta.”

La Resa non è passività, rassegnazione o rinuncia alla capacità di scegliere, desiderare o agire. È il venir meno della necessità di imporre alla realtà una determinata forma affinché l’ego possa sentirsi sicuro.

La persona continua ad agire, scegliere e discernere, ma non identifica più la propria Libertà con il controllo della manifestazione.

La Resa non diminuisce la Libertà.
La libera dalla necessità del controllo.

Amore

L’Amore non è soltanto un’emozione né un principio morale da applicare.

L’Amore indica la modalità attraverso cui la coscienza individuale, riconosciutasi nella propria autentica natura e nella propria non separazione dalla Coscienza divina, partecipa spontaneamente alla sua pura Intelligenza creativa e al processo di manifestazione della realtà.

L’Amore è la manifestazione spontanea della coscienza individuale quando la sua Libertà creativa non è più governata dalla paura, dalla mancanza o dalla necessità di controllo.

La pienezza originaria della Coscienza può allora prendere forma nella Vita come pace, bellezza, gioiosa creatività e armonia.

L’Amore diventa così anche condivisione. Ciò che viene riconosciuto si esprime nel modo in cui entriamo in relazione con gli altri, favorendo, senza nulla imporre, anche nell’altro la Libertà di riconoscere e manifestare la propria natura divina.

Questo processo non è necessariamente intenzionale. Avviene prima di tutto attraverso ciò che siamo e il modo in cui lo incarniamo nella Vita.

La Libertà, la pace, la creatività e l’Amore che una persona manifesta possono diventare per l’altro testimonianza concreta dell’esistenza di una possibilità differente.

L’Amore non cerca di trasformare l’altro.
Manifesta una Libertà nella quale anche l’altro può riconoscere la possibilità di trasformarsi.

Da questa presenza possono nascere molte forme di condivisione: cura, relazione, arte, insegnamento, accompagnamento, guarigione, creatività.

L’Amore è la libera volontà della Coscienza di permettere a se stessi e agli altri di manifestare pienamente la propria autentica natura.

La Libertà non conduce all’isolamento. Conduce a una partecipazione sempre più piena al processo creativo della Coscienza divina.

La Libertà trova il suo compimento nell’Amore.

Una nuova espansione della Vita

La Spirale non termina con un risultato definitivo.

Ogni Libertà riconosciuta può generare nuove possibilità, nuove relazioni, nuove forme di frustrazione e nuove domande.

Questo non rappresenta un fallimento del processo. Una Libertà più ampia permette infatti di incontrare porzioni della propria esperienza che prima non potevano ancora essere viste.

Ogni attraversamento libera progressivamente la coscienza individuale, rendendola sempre più consapevole della propria Libertà, della propria potenza creativa e dei movimenti attraverso cui avviene il processo stesso della trasformazione.

La persona impara progressivamente a riconoscere la frustrazione quando emerge, a comprenderne più rapidamente la radice, a osservare le identità che stanno prendendo forma e a ritrovare con maggiore Libertà il movimento del riconoscimento.

Per questo, anche quando incontrerà nuove difficoltà, non necessariamente le vivrà nello stesso modo. Potrà attraversarle con maggiore Libertà, consapevolezza e capacità creativa, riconoscendo sempre più rapidamente in esse non soltanto un limite, ma una nuova possibilità di espansione.

Progressivamente, ciò che inizialmente veniva vissuto soltanto come problema, ostacolo o minaccia può essere riconosciuto come un’autentica — e persino giocosa — opportunità di manifestare sempre più pienamente la potenza creativa della propria natura divina.

La trasformazione si avvicina allora al significato più profondo di Līlā: la Vita non viene più attraversata soltanto come un insieme di problemi da risolvere, ma come il campo creativo nel quale la Coscienza può continuamente riconoscersi, esprimersi e sperimentare nuove possibilità di manifestazione.

La Spirale torna al proprio principio senza tornare mai allo stesso punto:
la Coscienza si riconosce, si libera e ritorna alla Vita con una possibilità sempre più ampia di manifestarsi come Libertà e Amore.

Il passato: narrazione della contrazione, non causa

Nel Metodo Samārasa®, il passato può aiutarci a comprendere le forme attraverso cui una determinata contrazione si è manifestata, ma non viene considerato la causa della contrazione stessa.

La prospettiva è radicalmente non duale.

Se non esiste una realtà separata dalla Coscienza, gli eventi che incontriamo non possono essere considerati, in ultima analisi, cause esterne che producono successivamente una determinata struttura nella coscienza individuale.

L’evento e la contrazione attraverso cui esso viene vissuto appartengono allo stesso processo di manifestazione della Coscienza.

Una persona può, per esempio, riconoscersi profondamente come impotente e ricordare un episodio dell’infanzia nel quale la madre le impedì di fare qualcosa che desiderava.

Quell’episodio può rendere molto visibile uno schema: “Qualcosa di esterno a me possiede il potere di impedirmi di manifestare ciò che desidero.”

Una lettura causale potrebbe concludere: “Quell’evento ha contribuito a creare la mia impotenza.”

Il Metodo Samārasa® propone una lettura differente. Quell’evento può essere riconosciuto come una delle forme attraverso cui una determinata contrazione della coscienza individuale si manifestava nella sua esperienza.

Il rimprovero della madre, la frustrazione del bambino, il senso di impotenza e la successiva memoria autobiografica dell’episodio non appartengono, da questa prospettiva, a realtà separate legate semplicemente da una relazione lineare di causa ed effetto. Sono differenti aspetti di uno stesso campo di manifestazione.

Il passato assume allora soprattutto un valore narrativo e conoscitivo. Tra le innumerevoli esperienze della nostra Vita selezioniamo alcuni episodi, li colleghiamo fra loro e costruiamo una storia attraverso cui possiamo rappresentare mentalmente una determinata struttura di contrazione.

Questa narrazione può essere utile, ma rimane inevitabilmente selettiva, ricostruttiva e riduttiva rispetto alla complessità del processo della Coscienza.

Alla stessa contrazione possono essere associati molti eventi differenti e, nella prospettiva spirituale assunta dal Metodo Samārasa®, anche esperienze appartenenti ad altre vite o a differenti piani dell’esistenza.

Diventa allora poco significativo cercare “l’evento che ha causato tutto”.

Gli eventi del passato possono aiutarci a raccontare e riconoscere la contrazione. Non ne costituiscono la causa ontologica.

Da questo punto di vista, il Metodo Samārasa® introduce un’altra importante rivoluzione di prospettiva rispetto a molti approcci alla trasformazione umana.

Anche numerosi metodi contemporanei lavorano prevalentemente sul presente. Tuttavia possono continuare a muoversi all’interno di una struttura causale nella quale determinati eventi passati avrebbero prodotto ferite, convinzioni o schemi psicologici che condizionano la persona attuale.

Il lavoro sul presente diventa allora soprattutto una scelta tecnica: non possiamo cambiare ciò che è accaduto, ma possiamo modificare le conseguenze che quegli eventi hanno prodotto, sviluppando convinzioni più funzionali, nuove risorse, emozioni e comportamenti differenti.

Questo sforzo può certamente produrre cambiamenti, ma non raggiunge ancora il livello della trasformazione ontologica.

Dalla prospettiva del Metodo Samārasa®, non si sta ancora agendo alla radice, poiché rimane implicita l’idea fondamentale che qualcosa di esterno alla coscienza individuale avrebbe avuto il potere di determinarla.

Il Metodo compie un passaggio ulteriore: non cerca soltanto di liberarci dagli effetti del passato; mette radicalmente in discussione il potere che attribuiamo agli eventi passati di determinare ciò che siamo.

Gli eventi attraverso cui raccontiamo la nostra contrazione appartengono anch’essi alla manifestazione di quella contrazione. Non sono realtà esterne che hanno prodotto ciò che siamo. Sono forme attraverso cui la coscienza individuale ha manifestato e sperimentato una determinata modalità di riconoscimento di sé.

La Libertà non consiste allora nello sforzo di un ego che deve diventare abbastanza forte da vincere le conseguenze della propria storia. Consiste nel riconoscere che la nostra storia non possiede il potere ontologico di definire la nostra natura.

La domanda fondamentale non è più: “Quale evento del passato mi ha reso così?” ma: «Chi sto riconoscendo di essere, adesso, attraverso questa esperienza?»

Da questa prospettiva, lavorare nel presente non è soltanto una scelta tecnica.

È una conseguenza necessaria della visione spirituale e metafisica radicalmente non duale del Metodo.

La trasformazione può avvenire ora perché la causa che cerchiamo non è nascosta in qualche evento remoto da ricostruire: è presente nel modo in cui la coscienza continua, adesso, a riconoscere se stessa e a manifestare la propria esperienza.

È solo qui, a questo livello, che diventa possibile la trasformazione più profonda: la trasformazione ontologica.

I mezzi della trasformazione: Āṇavopāya e Śāktopāya

Poiché la Coscienza si manifesta in ogni esperienza, non esiste un unico campo attraverso il quale possa avvenire la trasformazione ontologica e il riconoscimento della propria autentica natura.

Il corpo, le emozioni, i pensieri, le relazioni e le dinamiche concrete della Vita possono diventare campi di esplorazione nei quali riconoscere la Libertà della propria autentica natura e dissolvere le contrazioni che ne oscurano il riconoscimento.

Lo Śivaismo del Kashmir descrive differenti upāya, “mezzi” o “vie” attraverso cui può avvenire il riconoscimento.

Il Metodo Samārasa® assume in particolare Āṇavopāya e Śāktopāya come due grandi riferimenti per organizzare il lavoro trasformativo: il primo viene assunto prevalentemente nella dimensione del corpo, del respiro, della percezione e dell’azione; il secondo nella dimensione della conoscenza, del pensiero, della parola e dell’energia mentale.

Non si tratta di riprodurre rigidamente il sistema tradizionale, né di identificare completamente questi upāya con la loro applicazione contemporanea nel Metodo Samārasa®. Si tratta di lasciarsi orientare dai loro principi all’interno di una pedagogia della trasformazione capace di incontrare la persona contemporanea.

Āṇavopāya — trasformare attraverso l’esperienza incarnata

Āṇavopāya parte dalla condizione concreta dell’individuo e utilizza il corpo, il respiro, la percezione e l’azione come vie di accesso al riconoscimento.

Nel Metodo Samārasa®, lo Yoga Samārasa® rappresenta il sistema nel quale questa direzione di lavoro trova la propria espressione più completa.

Il lavoro con il corpo, il respiro e la meditazione, all’interno della cornice rituale nella quale si svolge la pratica, non è orientato semplicemente al miglioramento delle capacità fisiche o al controllo della mente.

La pratica diventa un’esperienza di riconoscimento incarnato.

Ogni respiro, postura, movimento, sensazione e processo mentale che emerge nella pratica viene accolto nell’ascolto e ricondotto alla propria origine, fino a essere riconosciuto come manifestazione della stessa Coscienza dalla quale non è mai stato realmente separato.

Anche ciò che sembra ostacolare la pratica — distrazioni, giudizi, aspettative, bisogno di prestazione o di controllo — non deve essere combattuto o eliminato. Può essere riconosciuto come una forma della contrazione e, attraverso l’ascolto, riassorbito nello spazio della Coscienza che lo contiene e lo manifesta.

Riassorbire non significa sopprimere ciò che appare. Significa dissolverne l’apparente separatezza, riconoscendo ogni esperienza nel silenzio incondizionato dal quale emerge e nel quale continuamente si manifesta.

Il corpo non è più allora semplicemente qualcosa attraverso cui eseguire una pratica.
Diventa esso stesso il luogo del riconoscimento.

Śāktopāya — trasformare la visione identitaria

Śāktopāya opera principalmente attraverso la conoscenza, il discernimento, il pensiero, la parola e la contemplazione.

Qui la trasformazione riguarda direttamente le strutture mentali attraverso cui la coscienza individuale riconosce se stessa in una determinata forma identitaria e, attraverso questo riconoscimento, manifesta se stessa e il proprio campo di esperienza.

In coerenza con la visione radicalmente non duale del Tantra, nel Metodo Samārasa® il pensiero non viene considerato semplicemente un commento soggettivo su una realtà già esistente.

Il lavoro non consiste quindi nel combattere i pensieri considerati negativi, né nel sostituirli artificialmente con pensieri positivi o nel costruire una nuova identità ritenuta più funzionale.

Un pensiero diventa una porta.
Un’opportunità di riconoscimento.

“Non posso farcela.”
“Devo essere amato.”
“Non posso fidarmi.”
“Devo avere tutto sotto controllo.”

La domanda più profonda diventa: «Chi sto riconoscendo di essere attraverso questo pensiero?»

Dal contenuto alla visione.
Dalla visione al riconoscimento.
Dal riconoscimento alla Libertà.

Un unico movimento

Āṇavopāya e Śāktopāya non costituiscono nel Metodo Samārasa® due percorsi separati.

Il corpo può rendere evidente una convinzione. Una comprensione può modificare il modo in cui respiriamo, agiamo e ci relazioniamo. Una nuova esperienza corporea può rendere visibile una forma identitaria che fino a quel momento non riuscivamo a riconoscere. Un riconoscimento può trasformare spontaneamente il comportamento.

L’esperienza conduce alla conoscenza e la conoscenza ritorna nell’esperienza come possibilità di incarnazione.

Il corpo rende visibile la contrazione.
La conoscenza ne illumina la struttura.
Il riconoscimento apre la Libertà.
La Vita permette di incarnarla.

Gli strumenti possono essere differenti. Il principio rimane uno: non costruire un essere umano migliore, ma accompagnare la coscienza individuale a riconoscere più pienamente ciò che è e a vivere a partire da questo riconoscimento.

Strumenti diversi, un’unica visione

Il Metodo Samārasa® non nasce dall’applicazione di un’unica tecnica né dall’adesione esclusiva a un solo sistema di trasformazione.

Nel corso della sua elaborazione ha integrato strumenti, conoscenze e prospettive provenienti da differenti filosofie, psicologie e tradizioni spirituali, incontrate nel lungo percorso di studio, pratica e ricerca del suo fondatore.

Tra queste hanno avuto particolare importanza la filosofia antica, il Neoplatonismo, la mistica cristiana, la filosofia nietzscheana, l’Idealismo, la fenomenologia e il pensiero esistenziale; la Psicosintesi, la Psicologia della Quarta Via, la Psicologia dell’Essere, la Logoterapia, la Psicologia Integrale, la Gestalt, la Programmazione Neuro-Linguistica e vari approcci corporei alla trasformazione.

A questi percorsi si affianca l’incontro con Un Corso in Miracoli, che ha rappresentato una significativa fonte di riflessione sul perdono, sulla trasformazione della percezione e sull’Amore.

Questi differenti contributi non costituiscono sistemi autonomi affiancati al Tantra Non Duale, né vengono combinati in modo eclettico.

Ogni strumento viene attentamente selezionato, reinterpretato e orientato all’interno della cornice spirituale, metafisica e ontologica del Tantra Non Duale, che costituisce il riferimento fondamentale del Metodo Samārasa®.

Il criterio che ne determina l’utilizzo è sempre lo stesso: comprendere se e in quale modo quello strumento possa sostenere il processo di riconoscimento della propria autentica natura, liberazione dalla contrazione e progressiva incarnazione della Libertà nella Vita.

La visione che li orienta rimane quella del Tantra Non Duale.
La loro finalità rimane la liberazione e la sua incarnazione nella Vita come Amore.

La pedagogia Samārasa®

Samārasa® è prima di tutto una pedagogia della Libertà.

Educare, nel senso più profondo, non significa riempire una persona di conoscenze o renderla dipendente da chi insegna.

Educare significa trarre fuori ciò che è già presente.

Il compito dell’insegnante è creare le condizioni nelle quali la persona possa vedere, comprendere e riconoscere.

Non sostituirsi alla sua Libertà.

L’obiettivo non è formare persone capaci di ripetere un sistema. È accompagnarle verso un crescente discernimento, autonomia e responsabilità.

Perché un autentico insegnamento non dovrebbe produrre dipendenza. Dovrebbe rendere la persona autonoma e in grado di riconoscere da sé.

L’insegnante non può riconoscere al posto dell’allievo. Può però incarnare concretamente una possibilità differente di esistenza.

In questo senso, la pedagogia stessa diventa una forma di Amore:

non imporre all’altro ciò che dovrebbe diventare, ma creare le condizioni perché possa riconoscere e manifestare sempre più pienamente ciò che è.

La Vita come luogo della pratica

Una visione radicalmente non duale non può separare la pratica spirituale dalla Vita.

Yoga, meditazione, studio, discernimento e contemplazione sono strumenti preziosi attraverso cui approfondire la conoscenza, il riconoscimento e la trasformazione.

Ma la Vita stessa costituisce un luogo essenziale della pratica, in un duplice senso.

La Vita come campo di ricerca

Le relazioni, il lavoro, le scelte, il desiderio, il conflitto, il denaro, il piacere, la creatività, la perdita e le difficoltà quotidiane rendono continuamente visibile il modo in cui la coscienza individuale sta riconoscendo se stessa e manifestando la propria esperienza.

Ogni situazione può mostrare una contrazione che non avevamo ancora riconosciuto e diventare così un’occasione di comprensione.

La Vita rende visibili le nostre contrazioni proprio quando l’esperienza ci mette realmente in gioco.

Da questo punto di vista, la pratica non consiste soltanto nel ritirarsi dall’esperienza per osservarla, ma anche nell’entrare pienamente nell’esperienza e lasciare che essa riveli le forme attraverso cui la nostra Libertà continua a contrarsi.

La Vita come campo di verifica e di incarnazione

Ciò che riconosciamo attraverso lo yoga, la meditazione, lo studio o la contemplazione deve poter trovare verifica e incarnazione nel modo concreto in cui viviamo.

È nella Vita che possiamo vedere se una comprensione è realmente diventata Libertà. Se una paura continua a determinare le nostre scelte. Se una relazione continua a essere governata dal bisogno di controllo. Se una nuova comprensione modifica realmente il modo in cui agiamo, desideriamo, creiamo e incontriamo gli altri.

È sempre nella Vita che la Libertà riconosciuta può prendere forma come azione, relazione, creazione, condivisione e Amore.

La Vita è quindi contemporaneamente il campo nel quale la contrazione viene riconosciuta e il campo nel quale la Libertà viene verificata e incarnata.

La pratica formale e la Vita non costituiscono due percorsi separati.

Ciò che emerge nella Vita ritorna nella pratica come materiale di ricerca.
Ciò che viene riconosciuto nella pratica ritorna nella Vita come nuova possibilità di manifestazione.

dalla Vita alla pratica, attraverso il riconoscimento;
dalla pratica alla Vita, attraverso l’incarnazione.

Il Metodo Samārasa® accompagna quindi la persona non soltanto verso una comprensione più profonda di sé, ma verso la possibilità di fare della Vita un campo permanente di ricerca, riconoscimento e incarnazione.

Riconoscere la propria natura divina.
Manifestare la propria Libertà.
Permettere alla Libertà di manifestarsi nella Vita come Amore.

La Vita non interrompe la pratica.
La Vita diventa la pratica.

Un unico Metodo, percorsi differenti

Il Metodo Samārasa® non viene proposto attraverso un’unica forma.

All’interno dell’Istituto Samārasa prende corpo in percorsi differenti, ciascuno dei quali permette di incontrare la stessa visione da una prospettiva particolare.

Yoga Samārasa® declina il Metodo prevalentemente attraverso il corpo, il respiro, la sensibilità, l’attenzione e la meditazione.

Il Percorso di Trasformazione Samārasa® approfondisce direttamente il lavoro sulla visione, sull’identità e sulla trasformazione ontologica dell’esperienza.

La Consulenza e il Coaching esistenziale applicano il Metodo alle situazioni, alle domande e alle difficoltà concrete che emergono nella Vita individuale e relazionale.

I Simposi Samārasa utilizzano insegnamento, dialogo e riflessione condivisa per esplorare le grandi esperienze dell’esistenza alla luce del Tantra Non Duale.

La Formazione Insegnanti Yoga Samārasa® integra pratica, conoscenza, trasformazione personale e pedagogia, preparando alla trasmissione dello Yoga Samārasa®.

Le forme sono differenti.

Il movimento rimane uno:

dalla contrazione al riconoscimento;
dal riconoscimento alla Libertà;
dalla Libertà all’Amore.